Andata e ritorno

Rientrare a casa per me non è mai stato facile, mi accompagna sempre un profondo senso di malinconia che solo l’avere già altri progetti in testa riesce ad alleviare. 

In questo caso il viaggio di ritorno è stata una tale odissea che la meta diventa quasi un agognato miraggio: cinque giorni, di cui il primo sedici ore in autobus e gli altri dodici ore di guida, decisamente sfiancanti. Il ritmo, di nuovo dato dal test antigenico e dalle norme di ingresso e transito nei diversi paesi. L’atmosfera che, all’interno della stessa Norvegia, dalla leggerezza del Nord si fa via via più cupa nelle città di Bodø e Trondheim, culminando a Oslo in un vero senso di oppressione che mi coglie alla sprovvista. 

Provo una strana sensazione di soffocamento, nonostante le strade vuote, solo un paio di senzatetto e un sit-in per Navalny. Anche qui, come da noi teatri e musei, negozi e ristoranti, sono chiusi, moltissime attività chiuse definitivamente.

Oslo una città, come tante, messa sotto assedio da questa pandemia, mostra le fragilità del sistema urbano. Là dove l’antropizzazione del territorio è contenuta dalle condizioni estreme di vita, il virus è arrivato ed è stato contenuto, al contrario di quel che è successo là dove l’uomo ha abusato degli spazi, dell’acqua, dell’aria e della terra.  

Mano a mano che scendiamo a Sud, questa volta passiamo tranquillamente il confine con la Svezia, la Danimarca e la Germania, armati del nostro test negativo, il traffico si fa più pesante. Ai tir si aggiunge il traffico di pendolari, aggressivo e nervoso. Guidare diventa sempre più pesante, la meta sempre più lontana, nonostante i chilometri in diminuzione. L’umano incombe e schiaccia.

Mi commuovo guardando le oche selvatiche in migrazione, i caprioli che lasciano il posto alle renne negli spazi aperti, la vegetazione che cambia da brughiera artica, a bosco monospecifico di betulle o abeti, a bosco misto, e il passaggio dall’inverno alla primavera inoltrata mano a mano che scendiamo a Sud.

Arrivo a casa tardi, con il buio che quasi avevo dimenticato, là su al Nord dove il sole si stava preparando a non tramontare mai, sono stanca, ma felice. 

Uscire dal mondo, navigare nel circolo polare mi ha regalato l’incontro con atmosfere e persone speciali, per nulla indurite dal vivere nel rigore inclemente dell’artico, ma anzi aperte all’altro, desiderose di raccontarsi e condividere il proprio punto di vista, dai pescatori al giovane bibliotecario di Skjervøy, dagli amici al gestore del molo. Grazie al loro punto di vista si medita sul proprio punto di vista. Grazie al confronto con gli elementi, invece, consolido me stessa e ritrovo parti sopite che richiedono nuovamente un loro spazio. C’è molto di cui essere grati. Lo scopo del viaggio è stato raggiunto.

StudioPAN

Via Volta, 43
22100 Como, CO