Eredità e retaggio

Abbiamo conosciuto Jostein sul molo a Kristoffervalen, sull’isola di Vannøya, ormeggiando letteralmente sulla sua barca. Agli uomini basta un secondo per capirsi, è come se si fiutassero, una volta superato il test è fatta: uno scambio di battute con Marco, una birra, la cena. Le cene si sono moltiplicate, una burrasca insiste da giorni e ci costringe in porto, e Jo è diventato la nostra guida, il nostro tramite con la comunità e lo spirito del luogo.

Lui è cresciuto nei dintorni di Oslo, e una vita intensa in giro per il mondo per lavoro o in barca a vela, l’ha tenuto lontano delle vecchie proprietà di famiglia. Poi, un viaggio e la riscoperta delle proprie radici, di una parte di sé, nella vecchia fattoria dei nonni. ‘L’isola è poco popolata e in qualche modo siamo tutti imparentati, tutti cugini. Ed è una cosa bellissima, il senso di comunità è incredibilmente forte, ci si stringe intorno gli uni agli altri per aiutarsi nella risoluzione dei problemi. Le condizioni di vita qui sono così estreme, le possibilità così scarse che si condivide il più possibile’ 

Ancora oggi si divide tra Oslo e qui dove sente la sua vera casa. Sta ristrutturando, con i suoi tempi, il fienile della casa dei nonni, proprietà che divide con l’immancabile cugino. Con il suo lavoro vuole rendere omaggio alla dedizione dei propri avi. Dove stavano le mucche ha ricavato due camere, un bagno e un salottino, nella parte superiore, un tempo riservata al fieno, una cucina. E’ tutto microscopico per i nostri canoni: gli ambienti interni sono ridotti all’essenziale per essere riscaldati facilmente. Le case sono molto simili le une alle altre, compatte, agganciate alle rocce per resistere ai venti che qui, accelerando piombando giù dalle montagne retrostanti, raggiungono facilmente velocità impressionanti. Ristrutturando gli capita di trovare tracce dei nonni, la giacca, vecchie fotografie, giornali, strumenti di lavoro. Ognuno di questi oggetti racconta la fatica e la determinazione con cui i nonni hanno costruito la casa e il fienile, la caparbietà contro le avversità climatiche e personali. Il nonno era pescatore. La stagione di pesca era, come oggi, l’inverno e, ai tempi, si pescava su barche a remi e una piccola vela, la sola idea, in questi giorni di tempo inclemente, mi fa rabbrividire. Esci dal porto e a parte la verticale Fugløya, hai solo l’Atlantico, le Svalbard o il Canada. 

A casa non era più facile. Nella fattoria tormentata dalle burrasche, qui non sono cosa rara, la moglie si prendeva cura dei figli e del bestiame, mucche, pecore, forse un cavallo. 

E anche nelle luminose ed eterne giornate d’estate il lavoro era incessante. Con la barca si andava a fare il fieno, e non in un posto comodo, no, sulle pareti dell’inospitale Fugløya, l’isola degli uccelli, dove l’erba cresce rigogliosa: le reti venivano fissate alla roccia verticale, riempite con il foraggio e poi chiuse in grandi balle che venivano fatte rotolare fino al mare e portate a remi a casa. La vita scandita dai ritmi della natura che qui non è certo benevola come alle nostre latitudini. Siamo stati fuori nel freddo e nella neve da qualche ora, abbiamo le calze bagnate e siamo decisamente infreddoliti, ma felici per la concreta fisicità di questi momenti. Questi luoghi sono vivi nel brutto tempo, nella tempesta, nella neve ghiacciata che quasi ci frusta, la potenza del mare che tuona sotto di noi e del vento che romba forte. Ed è questa l’esperienza che se ne deve fare per capirli fino in fondo, per entrare in sintonia con la gentile praticità di questo popolo, con la semplicità delle linee architettoniche, degli spazi condivisi, della curiosità verso i nuovi venuti così innamorati della loro isola da sognare di restarci.