Il richiamo delle Sirene

C’è una parola che mi irrita perché spesso cela un grande vuoto nel turismo moderno: esperienza. 

Siamo nella zona di Tromsø, grossi gommoni stile Marines sono pronti per il whale o l’sea eagle watching, o per il bagno nelle gelide acque artiche, autobus, motoslitte, slitte trainate da cani, attendono per andare a vedere l’aurora boreale o gli accampamenti delle popolazioni Sami, quasi fossero ‘pezzi da museo’ e non una cultura a cui avvicinarsi in punta di piedi.

Il motto del turista medio: pago, vengo e vedo. 

Io scruto incessantemente l’orizzonte. Siamo in una delle zone del mondo in cui vivono le orche per le quali ho scelto la facoltà di Scienze Naturali e che sin da bambina fanno parte del mio inconscio, popolando molti dei miei sogni ricorrenti. Io sono qui e loro non distanti, in mare aperto a caccia di aringhe. Non posso non scrutare l’orizzonte nella vana speranza di un incontro per me così significativo pur sapendo che, data la stagione, sarebbe quasi un miracolo. Ed ecco il canto della sirena: quei gommoni rappresentano una promessa, una certezza, l’emozione di una vita e sento forte il loro richiamo. Ma è davvero quello che cerco? Sono certa di no. 

Christian, fotografo e guida ambientale, tra i tanti aneddoti racconta: immaginatevi lo sbarco dalle navi crociera di migliaia di persone che vengono caricate su pullman a lotti di 50, e riversate nei luoghi strategici per l’aurora boreale. Attività solare al massimo e il cielo terso. Puntualmente, nonostante lo spettacolo emozionante, c’è chi si lamenta del freddo, della lunghezza del viaggio o semplicemente ‘Siamo venuti fin qui per delle banali luci verdi nel cielo?’. Ecco, non sono disposta a condividere l’esperienza con persone simili. Bambocci viziati e superficiali che ricercano il selfie nel posto più popolare, per ottenere like più che per vedere, per stupire gli amici più che se stessi. Il bamboccio è da sfruttare cinicamente, da compiacere e sbolognare in fretta, sotto ai prossimi. Il turismo è mercato e il mercato vince. Quello che mi disturba non è solo la  superficialità di chi arriva, ma soprattutto di chi accoglie che, magari in buona fede, è incapace di far vivere una vera esperienza o è, semplicemente, troppo avido e pigro.

Una vera esperienza permette di capire meglio te stesso, il mondo, gli altri. E le esperienze di un viaggio dovrebbero farti tornare a casa diverso. Altrimenti è collezionismo di bandierine su un mappamondo, di timbri su un passaporto, una sorta di bulimia estetica di paesaggi ed emozioni forti, un cercare affannosamente di riempire un vuoto interiore, annoiati da te stessi, incapaci di guardare fuori. 

Pago, vengo e vedo: efficienza e al minor prezzo possibile, grazie. 

Ma andare in vacanza dovrebbe significare rallentare, prendersi tempo, gli spazi, togliersi dalla folla ed entrare in relazione con persone, animali e paesaggi con il giusto passo, per capire e conoscere, ricercare il nostro e personale senso del luogo. Il che significa avere tempo e sensibilità, o poter contare su servizi di alta qualità e numeri contenuti di persone. Un’attività turistica ben congegnata parte dal desiderio del pubblico e dalle opportunità che il luogo offre, per svilupparsi incentrandosi sui suoi valori e intorno alle occasioni di crescita personale e di condivisione che continueranno ad ispirarci molto più di un selfie. E’ una strategia che richiede un momento di riflessione progettuale e coordinata, spesso difficile da realizzare nei luoghi di grande richiamo, sarebbe come fermare un treno in corsa, che permette di elevare ciò che si propone da mera attività di consumo a reale esperienza trasformativa. 

C’è molta più potenza nell’aver condiviso lo spettacolo dell’aurora, sperimentato insieme il freddo, magari la fatica per raggiungere un posto remoto, parlandone poi intorno ad un fuoco, per capire come nasce quali emozioni ci ha trasmesso, piuttosto che arrivare come bestiame, vedere, risalire e addormentarsi sul pullman, rientrando. L’aurora è la stessa, l’esperienza diversa.