Il turismo e le sue trappole

Ho appena concluso una videochiamata di lavoro con il direttore del Norske Parker – Levende landskap. Lavoriamo entrambi nell’ambito dell’Heritage interpretation e abbiamo assistito, nei rispettivi Paesi, ad un incremento del Turismo di massa con una progressiva perdita di identità dei luoghi e stiamo cercando di trovare ispirazione l’uno nel lavoro dell’altra.

Ovunque, da noi come da loro, si è investito nella creazione di attività esperienziali, riunite in siti accattivanti, che offrono la possibilità di vivere il territorio in maniera completa. In Italia, come in Norvegia, il turismo culturale ha avuto un boom inatteso che ha esteso la classica stagione turistica a tutto l’anno, con i classici picchi estivi.

E se da un lato tutto questo è indubbiamente un bene, dall’altro le ricadute sul territorio possono non essere così positive. Dai disagi per i locali creati dall’arrivo di un eccessivo numero di persone, alla non equa distribuzione della crescita economica.

Ma, per deformazione professionale, la nostra riflessione si concentra su altro. Cosa viene veramente offerto in questi pacchetti esperienziali, la ‘cosa vera’ o stereotipi? Le persone in visita sono alla ricerca di qualcosa che li emozioni e forse anche di poter cogliere lo spirito del luogo, ma affidano la responsabilità di questo desiderio alle agenzie turistiche. E il territorio solitamente risponde con il marketing classico, con le proposte così classiche che se, prendendo un qualunque sito di promozione turistica, sostituissi le fotografie norvegesi con greche o italiane, la proposta descritta grossomodo andrebbe bene uguale. Oppure stereotipi.

Si segue la via più semplice, è istintivo, ma alla lunga questa strategia mostra le sue falle.

Nel Nord della Norvegia sono molte le attrazioni anche invernali che hanno richiamato moltissime persone: dallo sci di fondo, allo spettacolo delle aurore boreali e delle escursioni con motoslitte o slitte trainate dai cani in quelli che sembrano essere territori selvaggi. Ecco, quello che per il visitatore può sembrare natura incontaminata è in realtà paesaggio antropico, è la casa delle popolazioni Sámi è luogo di vita, di sussistenza. I cani che trainano le slitte non sono una tradizione locale, ma qualcosa di importato negli anni ’80 proprio per i turisti. Il visitatore non lo sa, non solo non sta vivendo qualcosa di ‘vero’, ma sta anche inconsapevolmente alimentando un conflitto tra gli allevatori di renne e le imprese turistiche. 

La presenza e l’essenza della popolazione Sámi sono trasformate in prodotti da vendere, da vedere, i luoghi vengono sfruttati senza il dovuto rispetto e comprensione.

Il turismo sta cambiando, i trend per il prossimo anno, secondo Lonely Planet, spingono verso un turismo di maggiore consapevolezza. Si ricercano più occasioni introspettive, in cui coltivare il benessere psicofisico, sperimentare i luoghi attraverso esperienze più vere.

Sta al comparto turistico saper proporre esperienze di valore, in grado di raccontare la propria essenza, i propri valori, riuscendo a non omologarsi, a rispondere alle richieste di mercato mantenendo la propria identità culturale. E’ un’esigenza che sta coinvolgendo distretti turistici di tutta Europa, innescata da processi che cominciano da dentro le comunità, dai territori, dalle persone, che vogliono poter essere partecipi e protagoniste nella promozione turistica e nel plasmare l’esperienza offerta ai visitatori. 

StudioPAN

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