L’incertezza del viaggiare

Oggi abbiamo imparato una cosa. In un viaggio che si dica tale bisogna essere preparati a cambiar umore come un cielo irlandese d’estate. Si passa dalla noia del doversi sottoporre all’ennesimo Covid-test, alla magia dei paesaggi, allo stupore davanti all’opera ingegneristica dei ponti tra Danimarca e Svezia, all’incredulità di fronte all’atteggiamento dei doganieri svedesi (tanti, tutti senza mascherina e rilassati nel chiacchierare tra di loro senza alcuna distanza di sicurezza), allo sconcerto del respingimento con spiegazioni, a nostro avviso, pretestuose.

Seguendo l’auto della polizia che ci scorta al casello che ci riporterà in dogana, il senso di delusione si fa sempre più largo nel nostro orizzonte fino ad ora radioso. Come si può riconoscere che il transito non è concesso perché arriviamo dalla Danimarca, e che i documenti sono ok, ma non è specificato che siamo interessati alla Svezia per cui, tornate in Danimarca e andate in Norvegia da lì. Tra di noi cala il silenzio. Diamine, ma non è possibile. E così via, mentre decidiamo di tentare con traghetto da Hirtsals, Nord della Danimarca, altre 4 ore e mezza. Impossibile capire se ci sono traghetti, l’unica è provare.

La sensazione di essere persona non gradita mi ha colpito più di quanto non vorrei ammettere. Sì, l’avevo messo in conto, eppure …eppure. Questa incertezza crea un ansia che ci accompagnerà per tutte le prossime ore, fino all’arrivo al porto di Hirtsals dove quasi miracolosamente c’è un traghetto su cui ci fanno salire. Un piccolo raggio di sole, o un rimandare la delusione definitiva di 10 ore, il tempo della navigazione? L’unica è aspettare e sperare.

E ci viene in mente il racconto che ci ha fatto Giacomo di Stefano, veneziano di nascita, norvegese d’adozione, su un gruppo di migranti siriani che la mafia russa aveva abbandonato al proprio destino al confine tra Finlandia e Norvegia. Noi abbiamo vissuto 6 ore di tutte quelle emozioni che accompagnano l’incertezza del proprio destino, in un’auto calda, con musica e caffè. Quegli uomini e quelle donne hanno affrontato mesi di incertezza, freddo, disagio e abusi, per trovarsi poi respinti al confine. Anche nella loro vicenda si è aperto un improvviso raggio di sole, nonostante il respingimento gli abitanti del paesino di confine si sono mobilitati per ospitare i profughi nelle loro case, offrire loro un riparo, cibo e un letto, in attesa di scoprire quale potesse essere il proprio destino.

Ed è questo tratto del carattere norvegese di aperta e solare accoglienza a sorprenderci questa mattina al nostro arrivo a Stavanger. I doganieri più cortesi e solari che ci si potesse aspettare, ci accolgono con un sorriso dietro la mascherina ed esprimono il loro supporto e ammirazione per la strada che ci aspetta. Nessuno di loro è mai andato a Bodo in auto, non sanno proprio che consigliarci.