Piedi nei sacchetti

Questa mattina, al nostro risveglio, nevicava, potevamo farci mancare un filo di ansia per il viaggio verso Bodø per fare il nostro terzo tampone, quello che ci fa uscire ufficialmente dalla quarantena obbligatoria? Che domanda sciocca! 

E così eccoci pronti per il nostro quarto tampone norvegese, gratuito, prenotato ieri online in tempo zero. In meno di cinque minuti siamo fuori, pronti a lasciare l’auto in un posto sicuro dalle intemperie e tornare a casa, in barca, con il bus.

Fin qui, tutto rientra in quello che ci si aspetta dall’efficienza nordica. Ma in realtà la Norvegia continua a sorprenderci. Sì i paesaggi, direte, no, le persone. Dai doganieri che ci hanno accolto al porto, fino ad oggi è una sorpresa via l’altra, il calore, la gentilezza, la curiosità di queste persone stride con lo stereotipo della chiusura dei popoli nordici. 

L’autobus non è ancora partito che già stiamo chiacchierando con un signore curioso di sapere da dove veniamo e felice di raccontarci la sua storia. E’ un sea farer ormai in pensione che ha girato il mondo sui cargo, lui e Marco si raccontano di rotte esotiche, cittadine brasiliane, esperienza di mare, fino alla sua fermata lungo la costa per Kjerringøy. Come se si stessero passando il testimone, è il turno di un altro signore che, vedendoci entusiasti per la vetta del …., che spunta tra le nuvole, mi racconta in una lingua fatta di segni, inglese e norvegese, che lui quella montagna l’ha scalata più volte e da lì c’è una vista spettacolare a 360 gradi sull’arcipelago e le montagne intorno. Prima di scendere alla sua fermata, ci tiene a farci vedere quale tra le case del paesino sia la sua. 

Siamo sul pullman del rientro da scuola, ad ogni fermata salgono ragazzi e ragazzini, tra questi il nostro vicino di sedile che ci guarda con curiosità. E’ seduto lì con i piedi avvolti in sacchetti di plastica dentro a vecchi doposci, che raccontano di piedi che crescono velocemente, di fratelli più grandi da cui si ereditano i vestiti, di spontaneità e praticità. Sorridiamo all’idea del trauma infantile che una tale pratica genererebbe da noi, quanto si verrebbe presi in giro dai compagni? Qui è pratico, quindi ovvio. 

E’ una giornata uggiosa quando decidiamo di fare una passeggiata lungo la costa con degli amici e i loro figli, di quattro e due anni. Sotto l’occhio vigile di mamma e papà i bambini sono liberi di correre, muoversi, sperimentare tutto quello che incontrano dalla conchiglia alla lisca di pesce. Il più grande si muove con agilità nel fitto bosco come sugli scogli, scende le rive innevate per andare a recuperare un bastone in mare senza timore alcuno. E penso alla fortuna che gli è concessa nel potersi costruire una relazione così personale ed intima con quello che lo circonda, senza dover fare quel faticoso processo che molti di noi si trovano a dover fare per tornare alla natura, per ritrovare quella connessione perduta.